Governi tecnici dimezzati

Negli ambienti industriali e finanziari, come anche nella “grande stampa” collegata, sono state avanzate critiche, in parte giustificate, alla sequenza di mutamenti frenetici al decreto della manovra finanziaria. Quel che desta stupore è piuttosto il trattamento – freddo, ove non ostile – riservato ieri dalla stessa “grande stampa” all’approvazione, da parte della maggioranza, dell’articolo 8 della manovra che attua una riforma epocale del mercato del lavoro.
14 AGO 20
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La freddezza dell’establishment si spiega probabilmente con il fatto che in quegli ambienti predomina la tesi del governo tecnico, per una presunzione negativa su ciò che può fare un governo condizionato dai voti degli elettori. Eppure, come dimostrano le reazioni di queste ore all’introduzione dei contratti “alla Marchionne” o “alla tedesca”, un governo tecnico, costretto a chiedere il consenso della sinistra, non sarebbe stato in grado di effettuare questa riforma. E se è vero che l’esecutivo sinora non ha potuto procedere all’elevamento delle età di pensionamento per un’opposizione inattesa della Lega, è anche vero che il governo tecnico – legato alla concertazione – avrebbe ancora minori chance di farla, dovendo trattare con quello che oramai è il partito dei privilegi pensionistici (a scapito dei pensionati di domani) per eccellenza, la Cgil.
Il clima da unità nazionale renderebbe possibile l’introduzione di una ingiusta imposta patrimoniale, non v’è dubbio, ma l’approvazione dell’articolo 8 della manovra dimostra che solo un governo politico, dotato di una sua maggioranza, è in grado di fare riforme strutturali e politiche di risanamento pro crescita che nel breve termine possono sicuramente scontentare alcuni interessi corporativi. Lo dovrebbe tenere a mente, e magari spiegarlo chiaramente all’opinione pubblica, anche la stessa maggioranza, finora decisamente troppo timida nel suo slancio riformatore.